Segni e forme

Ci si addentra nei meandri scolpiti e labirintici delle ultime “città” di Livio Politano come alla fine di un percorso complesso, ma lineare, di uno stile che nel tempo è sempre stato basato sulla ricerca dell’equilibrio compositivo, dell’essenzialità formale, di un cromatismo timbrico e tonale armonioso, tecnicamente elegante e raffinato.

La luce e la forma: due elementi essenziali nella pittura di Politano, forse più scultorei e fisici, ma che l’autore ha saputo con maestria            

modellare sulla superficie piana di un dipinto, stimolando nuove sensazioni.

Modernissimi, i suoi paesaggi degli anni Cinquanta già ci parlavano di scomposizione dipiani e volumi, di una percezione mentale del soggetto condotto con pennellate larghe ed istintive a macchie di colore in un processo astrattivo della forma.

La lezione del Maestro Scroppo, la conoscenza dei grandi del Novecento, il rapporto con il Movimento Arte Concreta di cui faceva parte lo stesso Scroppo insieme a Gillo Dorfles, Gianni Monnet, Bruno Munari, Atanasio Soldati, Max Huber, Luigi Veronesi, Albino   Galvano e Adriano Parisot, solo per citarne alcuni, hanno affinato e reso sempre più essenziale il linguaggio di Politano, fino ad una sintesi della realtà attraverso l’espressione della propria interiorità.

E’ così che la figura ci parla di Modigliani come di Ricasso, il paesaggio di Carrà, Sironi, De Grada, Rosai, in un ritorno all’ordine dalla cifra classica e purista, quasi sospesa in un quattrocentesco affresco dove il tempo e lo spazio sembrano lasciare il posto a un’ idea dell’assoluto.

Politano riesce però a rendere il linguaggio pittorico originale e libero da sovrastrutture, pur non rinnegando mai la storia della sua cultura e lo fa giocando con la luce, con la scomposizione dell’immagine che diventa più dinamica e fluida, ritmata e spezzata in un caleidoscopico rifrangersi di prospettive, come nei suoi “stracci” o nei “Paesaggi di luce” degli anni Ottanta.

Qui, al gusto della costruzione geometrica e quasi cézanniana, apporta l’elemento esterno di trasparenze luministiche irraggiate dal  centro del dipinto o dall’esterno, con una dinamica esplosione e implosione della forma e della composizione.  

    

Nascono poi le sue nuove, metafisiche, mitologiche città osservate dall’alto o dall’esterno, come un viaggiatore che si avvicina alla meta agognata, rifugio certo dalle brutture del mondo.

La vera protagonista è ancora una volta la luce, del giorno o della notte, del sole o della luna e ci narra eterne favole di una lotta tra bene e male, carne e spirito, realtà e fantasia: muse immortali che celano e svelano, in un continuo alternarsi di emozioni, l’intima essenzialità dell’anima del pittore.

          

                                                                                                                                                         Guido Folco

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